sabato 31 maggio 2014

La giostra - the carousel


I cavalli vanno su e giù
Bambina dove vai
Non lo sai che tutto è un cerchio
Ho visto un fulmine
Presto sentirai
Seduto sullo sgabello sai
Quanti ne ho visti
Cadere giù
la musica del carosello continua

Oggi roma
Con me un venditore di rose
La peste in città
Domani il colosseo chissà di chi sarà
Se mi vedi non chiedermi perché
Continui a tirare
I cavalli vanno su e giù
Il carillon gira
Ma tu bambina dove vai

E tuo padre ti ha insegnato a salire
Il mio ha continuato a morire
Principesse e cowboy
Elemosine di cuori
È una giostra triste
Non mi seguire

I cavalli vanno su e giù
Bambina dove vai
Non lo sai che tutto è un cerchio
Nulla si muove mai



giovedì 27 marzo 2014

Castelli infranti

Leggevo. Montagne di libri. E scrivevo anche, in piccoli quaderni, foglietti di appunti, angoli di diari. Volevo esprimermi in tutti i modi, e quello in cui ero più brava, era la scrittura, chiara, precisa, diretta. Troppo diretta. Volevo esprimermi, ma volevo anche sottrarmi al giudizio del mondo. Volevo parlare ma non volevo essere compresa, o almeno dovevo avere una via di fuga e poter dire "non parlare perché non mi comprendi". Smisi di scrivere. Iniziai a scattare delle foto dai bei colori, le iniziai a pubblicare e ricevere dei complimenti. "Complimenti per l'occhio". Cercai di comprendere a fondo quella frase, e iniziai a vederci una critica in essa. Elogiare l'occhio di un fotografo equivale a far complimenti per essere un buon lettore. Misi da parte anche la macchina fotografica. Mi diressi verso il cinema. Pensai che fosse la via giusta, potevo unire tutte le mie passioni e mi avrebbe portato per forza a "creare" qualcosa. Poi smisi di sognare e tornai a leggere.

Andy Denzler 


lunedì 30 dicembre 2013

Capodanno

Non sempre l'idea di chiudere un anno è piacevole, come non sempre alla sua chiusura nasce il desiderio di iniziarne uno nuovo. Soprattutto se i calcoli, le prospettive, le evidenze che la realtà ti sbatte in faccia non sono tra le più positive. Premetto che non ho mai digerito le persone "odio il natale", "odio le feste", "babbo natale non esiste". Sì perché queste sono le stesse persone che distruggono i sogni di noi piccoli bambini, innestando prima del tempo dentro di noi quel sentimento di nostalgia del non essere, del fantastico, colpa della loro maturissima... invidia. Il sentimento di cui ho parlato è ben radicato nel mio corpicino, ed ogni anno faccio del mio meglio per raggiungere quest'immagine d'infinito poetico, non più credibile nemmeno nei film. Dunque è il 30 dicembre, la prima prova è passata, direi anche con ottimi voti, ed ho imparato che non sempre dividere è sbagliato. Questo Natale per la prima volta la famiglia si è divisa in due giorni. Nonna 1 il 24-nonna 2 il 25. Mai vissuti due giorni così pieni. A volte la divisione permette di essere interi. Ecco che però l'istinto della catastrofe si fa sentire. Ho sempre temuto la felicità, tanto da finire a volte per accantonarla, per qualcosa di più leggero. Perché puntualmente la vita si rivela essere uno specchio sotto i piedi e come saltello di qualche metro so di scendere altrettanto per logica matematica, è solo questione di tempo. Ed infatti se a natale si stava a mezzemaniche oggi il cielo risente della crisi e ha acceso tutte luci a neon, e ogni tanto si fa scappare anche qualche lacrimuccia. Come dicevo l'istinto, il mio sesto senso, così ben sviluppato, non avrebbe fallito nemmeno se non avesse avuto l'aiuto del terremoto. Ebbene si, scosse, scosse ovunque. La mia poltrona trema e quando mi rendo conto che non è colpa del gatto, mi ritrovo in giardino, scalza e congelata. Era un segno. Un segno del destino. O lo sarebbe stato se il terremoto interiore non fosse venuto poche ore prima. Tutto il palazzo, costruito a otto mani, quali più grandi, quali più forti, è caduto a pezzi, e salvare i feriti diventa difficile sotto le macerie, ci si confonde, si ha paura di sbagliare e restando fermi si rischia di far crollare anche quel poco che è rimasto. Ne deduco che il terremoto sul matese è stata solo una coincidenza/conseguenza, una semplice somatizzazione, di questo malessere umanitario. Un terremoto. Panico e paura tra la gente, tutti fuori, tutti simbolicamente riuniti, genitore1 e genitore2 che dimenticano il litigio iniziato, la vicina di casa che di nuovo rivolge la parola, cosa che nemmeno la santa messa del Natale era riuscita ad ottenere. Poi da ciò che era pericolo si passa alla novità del momento, il terremoto è l'argomento sicuro della conversazione dopo la salute della nonna, e c'è chi da buon cristiano dà la colpa al corno messo al contrario in città. Così, in attesa della prossima scossa che pure verrà dimenticata, sono in attesa di questo nuovo anno, con la malinconia nel cuore, e con la speranza nelle mani.


Gerald Harvey

mercoledì 27 novembre 2013

Piccolo dizionario di parole fraintese - forza

Nel letto di uno dei tanti alberghi dove avevano fatto l'amore, Sabina stava giocando con le braccia di Franz:
— È incredibile, — disse — i muscoli che hai.
Franz fu contento di quel complimento. Si alzò dal letto, afferrò una pesante sedia di quercia per una gamba e la sollevò lentamente.
— Non devi avere paura di nulla, — disse — Ti proteggerei in ogni situazione. Un tempo sono stato campione di judo.
Riuscì a distendere il braccio in alto tenendo la pesante sedia sopra la testa e Sabina disse:
— È bello sapere che tu sei così forte.
Nel profondo dell'anima aggiunse però ancora qualcosa: Franz è forte, ma la sua forza si rivolge soltanto verso l'esterno. Nei confronti delle persone con le quali vive, alle quale vuol bene, è debole. La debolezza di Franz ha nome bontà. Franz non darebbe mai ordini a Sabina. Non la comanderebbe mai, come Tomáš, di poggiare a terra lo specchio e di camminarci sopra nuda. Non è che gli manchi la sensualità, quello che gli manca è la forza di dare ordini.
Ci sono cose che si possono realizzare solo con la violenza. L'amore fisico è impensabile senza violenza.
Sabina guardava Franz camminare su e giù per la stanza tenendo alta la sedia; la scena le sembrava grottesca e la riempiva di una strana tristezza. Franz poggiò la sedia a terra e vi sedette rivolto verso Sabina.
— Non che mi dispiaccia essere forte, — disse — ma a che mi servono questi muscoli a Ginevra? Li porto come un ornamento. Come penne di pavone. Non ho mai fatto a pugni con nessuno.
Sabina continuava nelle proprie malinconiche riflessioni: e se avesse avuto un uomo che le dava degli ordini? Un uomo che voleva dominarla? Quanto tempo l'avrebbe sopportato? Nemmeno cinque minuti!
Ne derivava che nessun uomo le andava bene, né uno forte né uno debole.
Disse:
— Perché la tua forza non la usi qualche volta contro di me?
— Perché l'amore significa rinunciare alla forza – disse Franz piano.
Sabina capì due cose: primo, che si trattava di una frase bella e vera.
Secondo, che con quella frase Franz si squalificava dalla sua vita erotica.

L'insostenibile leggerezza dell'essere - Milan Kundera

domenica 3 novembre 2013

Giochi ogni giorno con la luce dell'universo.

Giochi ogni giorno con la luce dell'universo.
Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell'acqua.
Sei più di questa bianca testina che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno.

A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra le ghirlande gialle.
chi scrive il tuo nome a lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ricordi come eri allora, quando ancora non esistevi.

Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire i venti, tutti.
La pioggia si denuda.

Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
Io posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s'ancorarono al cielo.

Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all'ulitmo grido.
Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura.
Tuttavia qualche volta corse un'ombra strana nei tuoi occhi.

Ora, anche ora, piccola mi rechi caprifogli,
ed hai persino i seni profumati.
Mentre il vento triste galoppa uccidendo farfalle
io ti amo, e la mia gioia morde la tua bocca di susina.

Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano.
Abbiamo visto ardere tante volte l'astro baciandoci gli occhi
e sulle nostre teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti.

Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti.
Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata.
Ti credo persino padrona dell'universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues,
nocciole oscure, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi.

PABLO NERUDA, Giochi ogni giorno con la luce dell'universo (Poema XIV in: Venti poesie d'Amore e una canzone disperata), 1924.

Johnny Depp e Kate Moss

venerdì 27 settembre 2013

Soliti imprevisti

<<Questa è Port'Alba, la via dei libri, Ele, guarda qui! puoi trovare dei capolavori  a due, tre euro, non è meraviglioso?>> Non c'è posto migliore a Napoli per un lettore alla ricerca di parole, di Via Port'Alba, stretta viuzza che collega piazza Dante a piazza Bellini. Già il fatto che ci sia una porta vera e propria che apre sul mondo dei libri è un buon motivo per trovarsi lì. La prima cosa da fare è fermarsi davanti ad ogni singola bancarella e, partendo dal primo libro, spingerlo in giù con l'indice per poter leggere il nome del libro successivo, se quello non ci ha interessato, e poi procedere con il medio, come se le due dita fossero dei piccoli piedi di un abile corridore, un-due, un-due! chi ha l'abitudine di inserire questa via in qualsiasi tragitto abbia pianificato, nonostante la meta sia esattamente dal lato opposto, e soprattutto anche quando non si hanno soldi da spendere, deve sapere che è altamente probabile che i due piedini della mano si stanchino spesso e in men che non si dica il lettore si ritroverà un libro in più nella borsa, e soldi in meno nella tasca. Oggi che sono qui a Napoli, ho ovviamente inserito Port'Alba nel mio tragitto con Elena. Ero in procinto di iniziare la mia corsa quando il mio vero piede ha iniziato ad attirare la mia attenzione. La suola della mia scarpa destra si è completamente staccata dal resto, lasciando il mio calzino rosa alla bella vista di tutta la gente. Cazzo. Spingo immediatamente giù piede, calzino e scarpa a fisarmonica. Torno con estrema nonchalance a guardare i libri.
<<Elena! Abbiamo un problema.
<< cosa?>>
<<la scarpa.>>
<<eh?>>
<<La scarpa. La suola. Si è staccata. Guarda.>> ecco che la scontatissima, inevitabile, sonora risata di Elena scoppia nell'aria riuscendo a sovrastare tutto il tipico caos napoletano. 
<<sempre a te!sei sempre la solita!>> aspettatissime anche queste parole.



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Maledizione ho chiesto di vivere una favola
e mi è stato assegnato il ruolo del nano!