Nel letto di uno dei tanti alberghi dove avevano fatto l'amore, Sabina stava giocando con le braccia di Franz:
— È incredibile, — disse — i muscoli che hai.
Franz fu contento di quel complimento. Si alzò dal letto, afferrò una pesante sedia di quercia per una gamba e la sollevò lentamente.
— Non devi avere paura di nulla, — disse — Ti proteggerei in ogni situazione. Un tempo sono stato campione di judo.
Riuscì a distendere il braccio in alto tenendo la pesante sedia sopra la testa e Sabina disse:
— È bello sapere che tu sei così forte.
Nel profondo dell'anima aggiunse però ancora qualcosa: Franz è forte, ma la sua forza si rivolge soltanto verso l'esterno. Nei confronti delle persone con le quali vive, alle quale vuol bene, è debole. La debolezza di Franz ha nome bontà. Franz non darebbe mai ordini a Sabina. Non la comanderebbe mai, come Tomáš, di poggiare a terra lo specchio e di camminarci sopra nuda. Non è che gli manchi la sensualità, quello che gli manca è la forza di dare ordini.
Ci sono cose che si possono realizzare solo con la violenza. L'amore fisico è impensabile senza violenza.
Sabina guardava Franz camminare su e giù per la stanza tenendo alta la sedia; la scena le sembrava grottesca e la riempiva di una strana tristezza. Franz poggiò la sedia a terra e vi sedette rivolto verso Sabina.
— Non che mi dispiaccia essere forte, — disse — ma a che mi servono questi muscoli a Ginevra? Li porto come un ornamento. Come penne di pavone. Non ho mai fatto a pugni con nessuno.
Sabina continuava nelle proprie malinconiche riflessioni: e se avesse avuto un uomo che le dava degli ordini? Un uomo che voleva dominarla? Quanto tempo l'avrebbe sopportato? Nemmeno cinque minuti!
Ne derivava che nessun uomo le andava bene, né uno forte né uno debole.
Disse:
— Perché la tua forza non la usi qualche volta contro di me?
— Perché l'amore significa rinunciare alla forza – disse Franz piano.
Sabina capì due cose: primo, che si trattava di una frase bella e vera.
Secondo, che con quella frase Franz si squalificava dalla sua vita erotica.
L'insostenibile leggerezza dell'essere - Milan Kundera
mercoledì 27 novembre 2013
domenica 3 novembre 2013
Giochi ogni giorno con la luce dell'universo.
Giochi ogni giorno con la luce dell'universo.
Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell'acqua.
Sei più di questa bianca testina che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno.
A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra le ghirlande gialle.
chi scrive il tuo nome a lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ricordi come eri allora, quando ancora non esistevi.
Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire i venti, tutti.
La pioggia si denuda.
Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
Io posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s'ancorarono al cielo.
Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all'ulitmo grido.
Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura.
Tuttavia qualche volta corse un'ombra strana nei tuoi occhi.
Ora, anche ora, piccola mi rechi caprifogli,
ed hai persino i seni profumati.
Mentre il vento triste galoppa uccidendo farfalle
io ti amo, e la mia gioia morde la tua bocca di susina.
Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano.
Abbiamo visto ardere tante volte l'astro baciandoci gli occhi
e sulle nostre teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti.
Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti.
Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata.
Ti credo persino padrona dell'universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues,
nocciole oscure, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi.
PABLO NERUDA, Giochi ogni giorno con la luce dell'universo (Poema XIV in: Venti poesie d'Amore e una canzone disperata), 1924.
Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell'acqua.
Sei più di questa bianca testina che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno.
A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra le ghirlande gialle.
chi scrive il tuo nome a lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ricordi come eri allora, quando ancora non esistevi.
Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire i venti, tutti.
La pioggia si denuda.
Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
Io posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s'ancorarono al cielo.
Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all'ulitmo grido.
Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura.
Tuttavia qualche volta corse un'ombra strana nei tuoi occhi.
Ora, anche ora, piccola mi rechi caprifogli,
ed hai persino i seni profumati.
Mentre il vento triste galoppa uccidendo farfalle
io ti amo, e la mia gioia morde la tua bocca di susina.
Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano.
Abbiamo visto ardere tante volte l'astro baciandoci gli occhi
e sulle nostre teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti.
Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti.
Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata.
Ti credo persino padrona dell'universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues,
nocciole oscure, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi.
PABLO NERUDA, Giochi ogni giorno con la luce dell'universo (Poema XIV in: Venti poesie d'Amore e una canzone disperata), 1924.
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| Johnny Depp e Kate Moss |
venerdì 27 settembre 2013
Soliti imprevisti
<<Questa è Port'Alba, la via dei libri, Ele, guarda qui! puoi trovare dei capolavori a due, tre euro, non è meraviglioso?>> Non c'è posto migliore a Napoli per un lettore alla ricerca di parole, di Via Port'Alba, stretta viuzza che collega piazza Dante a piazza Bellini. Già il fatto che ci sia una porta vera e propria che apre sul mondo dei libri è un buon motivo per trovarsi lì. La prima cosa da fare è fermarsi davanti ad ogni singola bancarella e, partendo dal primo libro, spingerlo in giù con l'indice per poter leggere il nome del libro successivo, se quello non ci ha interessato, e poi procedere con il medio, come se le due dita fossero dei piccoli piedi di un abile corridore, un-due, un-due! chi ha l'abitudine di inserire questa via in qualsiasi tragitto abbia pianificato, nonostante la meta sia esattamente dal lato opposto, e soprattutto anche quando non si hanno soldi da spendere, deve sapere che è altamente probabile che i due piedini della mano si stanchino spesso e in men che non si dica il lettore si ritroverà un libro in più nella borsa, e soldi in meno nella tasca. Oggi che sono qui a Napoli, ho ovviamente inserito Port'Alba nel mio tragitto con Elena. Ero in procinto di iniziare la mia corsa quando il mio vero piede ha iniziato ad attirare la mia attenzione. La suola della mia scarpa destra si è completamente staccata dal resto, lasciando il mio calzino rosa alla bella vista di tutta la gente. Cazzo. Spingo immediatamente giù piede, calzino e scarpa a fisarmonica. Torno con estrema nonchalance a guardare i libri.
<<Elena! Abbiamo un problema.
<< cosa?>>
<<la scarpa.>>
<<eh?>>
<<La scarpa. La suola. Si è staccata. Guarda.>> ecco che la scontatissima, inevitabile, sonora risata di Elena scoppia nell'aria riuscendo a sovrastare tutto il tipico caos napoletano.
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mercoledì 18 settembre 2013
Schiaccia quei tasti: è la miglior pazzia che possa esserci!
Ci sono vari gradi di pazzia. E più sei matto e più la tua pazzia risulterà evidente agli occhi degli altri. Per quasi tutta la vita ho nascosto la mia pazzia dentro di me, ma è qui, esiste. Per esempio, un tale, uomo o donna, mi sta parlando di una certa cosa; beh, quando inizia a rompermi l'anima con i soliti luoghi comuni, me lo immagino con la testa sul ceppo della ghigliottina, oppure dentro un enorme tegame, a friggere, e intanto mi guarda con occhi terrorizzati. Se queste fantasie si avverassero, molto probabilmente tenterei un salvataggio, ma mentre sono lì che mi parlano non posso fare a meno di immaginarmeli così. O, più pietosamente, li vedo allontanarsi di corsa in bicicletta. Il fatto è che ho dei problemi con gli esseri umani. Gli animali, li adoro. Non mentono mai, e di rado tendono d aggredirti. A volte fanno i furbi, ma questo è tollerabile, non vi sembra?
Gran parte della mia vita da ragazzo e da adulto l'ho passata in piccole stanze, raggomitolato a guardare le pareti, le persiane rotte, i pomelli dei cassetti dei comò. Non ero indifferente alla femmina, e la desideravo, ma non così tanto da dannarmi per procurarmela. Mi piacevano i soldi, ma anche lì, come per la femmina, non volevo fare le cose necessarie per averli. Volevo appena quanto mi bastava per una stanza e qualcosa da bere. Bevevo da solo, generalmente a letto, con le cortine abbassate. A volte andavo nei bar per dare un'occhiata alla specie umana, ma la specie restava sempre uguale - niente di straordinario, nella migliore delle ipotesi. In tutte le città setacciavo le biblioteche. Un libro dopo l'altro. Pochi mi dicevano qualcosa. Per lo più erano come polvere nella mia bocca, sabbia nella mia mente. Nessuno aveva niente a che vedere con me o con quel che provavo: dove mi trovavo - in nessun posto - che cosa facevo - niente - e cosa volevo - sempre niente. I libri del passato servivano soltanto a ingigantire il mistero di avere un nome e un corpo, di camminare, parlare, fare le cose. Nessuno sembrava corrispondere alla mia particolare pazzia. In alcuni bar diventavo violento, ci furono risse di strada dalla maggior parte delle quali uscii pesto e sconfitto. Ma non lottavo contro nessuno in particolare, non ero inferocito, soltanto che non riuscivo a capire le persone, il loro modo di essere, di agire, di presentarsi. Entravo e uscivo di galera, venivo sfrattato dalle stanze. Dormivo sulle panchine dei parchi, nei cimiteri. Ero confuso, ma non ero infelice. Non ero cattivo. Solo che non riuscivo a ricavare niente da quello che avevo intorno. La mia violenza si contrapponeva all'evidenza del tranello, io gridavo e loro non capivano. E anche nelle risse più furibonde, guardavo il mio avversario e pensavo: perché è arrabbiato? Vuole uccidermi. Allora dovevo tirare pugni per liberarmi della bestia che avevo dentro.
La gente non ha senso dell'umorismo, si prendono tutti così cazzutamente sul serio. Ad un certo punto, e non so più da dove sia sbucata, mi è venuta l'idea che avrei dovuto diventare uno scrittore. Forse potevo scrivere le parole che non avevo letto, forse così facendo mi sarei scrollato dalla schiena quella tigre. Così ho iniziato ed è passato qualche decennio senza troppa fortuna. Adesso ero un matto scrittore. Altre camere, altre città. Sprofondai sempre più in basso. Una volta ad Atlanta mi stavo assiderando in una baracca di carta catramata, vivevo con un dollaro e un quarto a settimana. Né acqua corrente, né luce, né riscaldamento. Stavo seduto ad assiderarmi nella mia camicia da californiano. Un mattino trovai un mozzicone di matita e cominciai a scrivere poesie sui margini dei vecchi giornali sparsi sul pavimento.
Finalmente, a quarant'anni, pubblicarono il mio primo libro, una raccolta di poesie: Il fiore, il pugno e il gemito bestiale. Era arrivato un pacco di libri con la posta, aprii il pacco e dentro c'erano i libricini. Si rovesciarono sul pavimento, tutti quei libricini, e io mi inginocchiai fra loro, ero in ginocchio e raccolsi una copia e la baciai. Questo trent'anni fa. Scrivo ancora. Nei primi quattro mesi di quest'anno ho scritto 250 poesie. Sento ancora la follia scorrermi dentro, ma ancora non ho scritto le parole che avrei voluto, la tigre mi è rimasta sulla schiena. Morirò con addosso quella figlia di puttana, ma almeno le ho dato battaglia. E se fra voi c'è qualcuno che si sente abbastanza matto da voler diventare scrittore, gli consiglio di andare avanti. Sputa in un occhio al sole, schiaccia quei tasti: è la miglior pazzia che possa esserci! I secoli chiedono aiuto, la specie aspira spasmodicamente alla luce e all'azzardo e alle risate. Regalateglieli. Ci sono abbastanza parole per noi tutti.
Charles Bukowski - Confessioni di un codardo [La mia pazzia]
Gran parte della mia vita da ragazzo e da adulto l'ho passata in piccole stanze, raggomitolato a guardare le pareti, le persiane rotte, i pomelli dei cassetti dei comò. Non ero indifferente alla femmina, e la desideravo, ma non così tanto da dannarmi per procurarmela. Mi piacevano i soldi, ma anche lì, come per la femmina, non volevo fare le cose necessarie per averli. Volevo appena quanto mi bastava per una stanza e qualcosa da bere. Bevevo da solo, generalmente a letto, con le cortine abbassate. A volte andavo nei bar per dare un'occhiata alla specie umana, ma la specie restava sempre uguale - niente di straordinario, nella migliore delle ipotesi. In tutte le città setacciavo le biblioteche. Un libro dopo l'altro. Pochi mi dicevano qualcosa. Per lo più erano come polvere nella mia bocca, sabbia nella mia mente. Nessuno aveva niente a che vedere con me o con quel che provavo: dove mi trovavo - in nessun posto - che cosa facevo - niente - e cosa volevo - sempre niente. I libri del passato servivano soltanto a ingigantire il mistero di avere un nome e un corpo, di camminare, parlare, fare le cose. Nessuno sembrava corrispondere alla mia particolare pazzia. In alcuni bar diventavo violento, ci furono risse di strada dalla maggior parte delle quali uscii pesto e sconfitto. Ma non lottavo contro nessuno in particolare, non ero inferocito, soltanto che non riuscivo a capire le persone, il loro modo di essere, di agire, di presentarsi. Entravo e uscivo di galera, venivo sfrattato dalle stanze. Dormivo sulle panchine dei parchi, nei cimiteri. Ero confuso, ma non ero infelice. Non ero cattivo. Solo che non riuscivo a ricavare niente da quello che avevo intorno. La mia violenza si contrapponeva all'evidenza del tranello, io gridavo e loro non capivano. E anche nelle risse più furibonde, guardavo il mio avversario e pensavo: perché è arrabbiato? Vuole uccidermi. Allora dovevo tirare pugni per liberarmi della bestia che avevo dentro.
La gente non ha senso dell'umorismo, si prendono tutti così cazzutamente sul serio. Ad un certo punto, e non so più da dove sia sbucata, mi è venuta l'idea che avrei dovuto diventare uno scrittore. Forse potevo scrivere le parole che non avevo letto, forse così facendo mi sarei scrollato dalla schiena quella tigre. Così ho iniziato ed è passato qualche decennio senza troppa fortuna. Adesso ero un matto scrittore. Altre camere, altre città. Sprofondai sempre più in basso. Una volta ad Atlanta mi stavo assiderando in una baracca di carta catramata, vivevo con un dollaro e un quarto a settimana. Né acqua corrente, né luce, né riscaldamento. Stavo seduto ad assiderarmi nella mia camicia da californiano. Un mattino trovai un mozzicone di matita e cominciai a scrivere poesie sui margini dei vecchi giornali sparsi sul pavimento.
Finalmente, a quarant'anni, pubblicarono il mio primo libro, una raccolta di poesie: Il fiore, il pugno e il gemito bestiale. Era arrivato un pacco di libri con la posta, aprii il pacco e dentro c'erano i libricini. Si rovesciarono sul pavimento, tutti quei libricini, e io mi inginocchiai fra loro, ero in ginocchio e raccolsi una copia e la baciai. Questo trent'anni fa. Scrivo ancora. Nei primi quattro mesi di quest'anno ho scritto 250 poesie. Sento ancora la follia scorrermi dentro, ma ancora non ho scritto le parole che avrei voluto, la tigre mi è rimasta sulla schiena. Morirò con addosso quella figlia di puttana, ma almeno le ho dato battaglia. E se fra voi c'è qualcuno che si sente abbastanza matto da voler diventare scrittore, gli consiglio di andare avanti. Sputa in un occhio al sole, schiaccia quei tasti: è la miglior pazzia che possa esserci! I secoli chiedono aiuto, la specie aspira spasmodicamente alla luce e all'azzardo e alle risate. Regalateglieli. Ci sono abbastanza parole per noi tutti.
Charles Bukowski - Confessioni di un codardo [La mia pazzia]
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| Papà |
lunedì 26 agosto 2013
Leaves
Ci sono dei momenti, la sera,
poco prima di stendermi nel letto,
in cui da uno scaffale
tiro fuori un cesto
vicino ad altri cesti,
uguali a vedersi,
ma con dentro piccole foglie colorate.
A volte lo apro per cercarne una in particolare,
a volte ho solo voglia di guardarle.
Ogni foglia l'ho raccolta in un momento particolare,
ogni foglia è un regalo fattomi da una vita,
un'amicizia, un bacio, un sogno, un'assenza.
Capita, ancora, capita
che io non mi ricordi più di una delle foglie,
e a volte,
questa la metto da parte,
perché non abbastanza importante.
Capita,
che una foglia stia sempre tra le mie mani.
Un giorno, forse, troverai una foglia,
una piccola foglia rossa,
davanti la tua finestra.
poco prima di stendermi nel letto,
in cui da uno scaffale
tiro fuori un cesto
vicino ad altri cesti,
uguali a vedersi,
ma con dentro piccole foglie colorate.
A volte lo apro per cercarne una in particolare,
a volte ho solo voglia di guardarle.
Ogni foglia l'ho raccolta in un momento particolare,
ogni foglia è un regalo fattomi da una vita,
un'amicizia, un bacio, un sogno, un'assenza.
Capita, ancora, capita
che io non mi ricordi più di una delle foglie,
e a volte,
questa la metto da parte,
perché non abbastanza importante.
Capita,
che una foglia stia sempre tra le mie mani.
Un giorno, forse, troverai una foglia,
una piccola foglia rossa,
davanti la tua finestra.
domenica 18 agosto 2013
Lai du Chèvrefeuille
"avveniva di loro due
come del caprifoglio
che si avvinghia al nocciòlo:
quando si è attaccato e stretto
e attorcigliato al fusto,
assieme possono durare a lungo,
ma se uno li separa,
allora il nocciòlo subito muore
e il caprifoglio lo stesso.
mia bell'amica cosi è di noi:
«nè voi senza di me, nè io senza di voi»"
"d'euls deus fu il (tut) autresi
cume del chevrefoil esteit
ki a la codre se perneit:
quant il s'i est laciez e pris
e tut entur le fust s'est mis,
ensemble poënt bien durer;
mes ki puis les volt desevrer,
li codres muert hastivement
e li chevrefoil ensement.
«bele amie, si est de nus:
ne vus sanz mei, ne mei sanz vus!»"
http://www.youtube.com/watch?v=e2uDdwUQLqU
come del caprifoglio
che si avvinghia al nocciòlo:
quando si è attaccato e stretto
e attorcigliato al fusto,
assieme possono durare a lungo,
ma se uno li separa,
allora il nocciòlo subito muore
e il caprifoglio lo stesso.
mia bell'amica cosi è di noi:
«nè voi senza di me, nè io senza di voi»"
"d'euls deus fu il (tut) autresi
cume del chevrefoil esteit
ki a la codre se perneit:
quant il s'i est laciez e pris
e tut entur le fust s'est mis,
ensemble poënt bien durer;
mes ki puis les volt desevrer,
li codres muert hastivement
e li chevrefoil ensement.
«bele amie, si est de nus:
ne vus sanz mei, ne mei sanz vus!»"
Marie de France, Lai du Chèvrefeuille
http://www.youtube.com/watch?v=e2uDdwUQLqU
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| Tristano e Isotta |
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